Adrienne Lee e la risonanza/retentissement dei luoghi  
La serie “You and I”
20 Maggio 2026
Marco Eugenio Di Giandomenico

“You and I (Assisi)” è il titolo dell’opera di Adrienne Lee, realizzata con tecnica mista (acrilico, carta  di gelso coreana hanji, tessuto coreano utilizzato per gli abiti tradizionali hanbok) su tela di cotone  non intelaiata, che diventa installazione site-specific nell’Oratorio di Santa Chiarella ad Assisi (PG),  dal 20 al 30 maggio 2026. 

Vista principale dell’installazione di <You and I (Assisi)>
Fotografia di Richard Gaston

L’opera inaugura la serie “You and I”, vale a dire le produzioni dell’artista ispirate a luoghi specifici, i  cui tratti peculiari paesaggistici, storiografici e di identità culturale e artistica diventano leitmotiv  creativo ed espressivo. Assisi, Sito Patrimonio Mondiale dell’UNESCO, patria di San Francesco e di  Santa Chiara, è il primo luogo scelto da Lee. L’Oratorio di Santa Chiarella (Parrocchia di San Rufino,  Diocesi di Assisi – Nocera Umbra – Gualdo Tadino) diventa lo scenario espositivo di un’opera per  così dire ‘antenna’, in quanto, adagiata sulla superfice pavimentata della navata rivolta verso la  volta e, quindi, idealmente, verso il cielo, attua e tramette un intenso dialogo estetico non solo con  gli affreschi trecenteschi dell’Oratorio, ma anche con i beni artistici, monumentali e paesaggistici di  tutto il territorio. 

Di qui i cromatismi utilizzati, dal magenta calcareo al blu oltremare di Giotto (che otteneva con i  lapislazzuli), al terra ocra. 

La serie “You and I” non contraddice la precedente produzione dell’artista, ma anzi ne rappresenta  un interessante upgrade in chiave sostenibile, un’esteriorizzazione espressiva della ricerca sui  misteriosi meccanismi che governano i processi neurologici umani posti in relazione con i processi  cosmici naturali di cui costituiscono solo una parziale rivelazione, una delle mille sfaccettature  sensibili di un motore universale (essenze platoniche, Provvidenza Divina, categorie aprioristiche di  Kant, etc.) fuori dal tempo e dallo spazio. In tale contesto il paesaggio artistico, geografico, sociale  di un territorio e le sue perenni trasformazioni palesano l’azione del Trascendente come nei  meccanismi del cervello e del sistema nervoso umano investigati dalle neuroscienze. Emerge la  consapevolezza di una sorta di matrice demiurgica unitaria, la cui intima risonanza della sua azione  è captata da Lee, diventa una voce del suo caos-germe o diagramma creativo, come direbbe  Francis Bacon.  

Nell’opera installata ad Assisi si assiste a un disfacimento di ogni somiglianza, l’ispirazione pre pittorica evocativa del mondo spirituale e secolare francescano declina nel caos interiore dove  coesistono le visioni immaginative del retaggio esistenziale e culturale di Lee, le istanze di salvaguardia dell’identità sociale culturale dei luoghi della terra, del loro karma frutto di millenni di  storia umana e naturale, i meandri esplorativi e scientifici delle connessioni sinaptiche tra i neuroni  e le altre cellule del corpo umano alla base dell’attività celebrale, dell’apprendimento e della  memoria. Da tale caos nasce il cosiddetto fatto pittorico, l’espressione artistica astratta laddove il  diagramma è ridotto al minimo e subentra un codice pittorico originale e coinvolgente,  caratterizzato da tratti inclinati in sequenza orizzontale, evocanti i segni dell’antica calligrafia  coreana così come l’anatomia dei neuroni e la conformazione delle radici degli alberi, in un’esplosione cromatica che permette ai vari piani pittorici di rimanere in equilibrio, come direbbe  Paul Cézanne. 


Il codice è funzionale a un messaggio valoriale importante, ricreare una vita spirituale dell’uomo  contemporaneo, dimentico delle sue origini e del senso della su esistenza, ossessionato dalla  sviluppo incessante delle nuove tecnologie, che da strumento migliorativo della qualità della vita  diventano l’oggetto stesso del desiderio umano, la chimera di un’eternità effimera, i pilastri di una  ‘società della trasparenza’ – direbbe Byung-Chul Han – nella quale conta solo il consenso (like/don’t  like/dislike), comunque ottenuto, a prescindere dai content di riferimento.

Veduta dell’installazione di
Fotografia di Richard Gaston

Nella serie “You and I” Lee perora il contatto diretto con lo spazio, che è un elemento essenziale per  la costruzione dell’identità dell’essere umano. Riconnettersi con lo “spirito del luogo”, vale a dire la sua storia naturale o umana, diviene un imperativo non solo estetico ma anche etico.  Il filosofo francese Gaston Bachelard, da sempre interessato alla comprensione della realtà  attraverso la poesia, definisce l’immagine poetica come una sorta di folgorazione in grado di  produrre un retentissement, dunque di colpire l’inconscio con una “sonorità di essenza”. In altri  termini, alla poesia riconosce un carattere fenomenologico perché in grado di impadronirsi  dell’osservatore (o del lettore), di farlo risuonare insieme ad essa in modo inaspettato, inspiegabile  e pertanto non razionale.  

Bachelard utilizza la parola retentissement per indicare l’idea di una immedesimazione o meglio “di  una partecipazione diretta alla vita dell’immagine”. L’immagine echeggia dentro di noi con voce  viva, e noi siamo invasi e pervasi dalla eco dell’immagine come se noi stessi fossimo una grande  caverna. Non va tradotto come «risonanza» (resonance), cui Bachelard tributa un significato che  antitetico all’echeggiare dell’immagine, in quanto si riferisce al ridestamento dei ricordi di nostre  esperienze realmente vissute, che l’immagine poetica può eventualmente provocare. Nella risonanza non è l’immagine che viene rivissuta: l’immagine rappresenta qui unicamente  l’inizio di un percorso orientato verso la soggettività psicologica, che si è di fatto costituita attraverso le accidentalità della vita vissuta. Nella risonanza sono proprio queste accidentalità che  vengono richiamate. Nello stesso tempo, quanto più il lettore si immerge nella rievocazione della  propria esperienza passata, tanto più si allontana e si distrae dall’immagine.  Con efficacia Bachelard afferma che «Non si legge una poesia pensando ad altro».  Nel retentissement restiamo presso la poesia; mentre leggiamo la poesia pensando ad altro se la  poesia si limita a suscitare «risonanze» sentimentali del nostro passato. Nella risonanza sono  richiamati determinati fatti, mentre nel retentissement ci muoviamo nello spazio dei valori  immaginativi. 

Nella Poetica dello Spazio (1957), Bachelard parla dell’esistenza di spazi lodati, cioè di luoghi in  grado di creare un senso di ‘partecipazione’, permettendo a chi li pratica di risuonare con essi.  «Our purpose – affirms the French philosopher – is actually that of examining very simple images,  the images of happy space. From this point of view, our research deserves the name of topophilia,  as they intend to determine the human value of spaces of possession, of spaces defended against  adverse forces, of loved spaces. For often very different reasons and with the differences that the  poetic nuances entail, they are praised spaces. To their protective value, which can be positive, also  imagined values are linked; the imagined values soon become dominant values. The space  captured by the imagination cannot remain indifferent space, left to the measure and reflection of  the surveyor: it is lived and it is so not only in its positivity, but with all the partialities of the  imagination. In particular, it is almost always endowed with powers of attraction, it concentrates  from being inside protective limits. The play of the outside and intimacy is certainly not a balanced  game in the realm of images»  

Veduta dell’installazione di
Fotografia di Richard Gaston

Per Lee è l’arte a insegnare come trovarli e riconoscerne il mistero. In questi termini, l’esperienza  estetica deve assumere la forma di un viaggio esplorativo, diventare un’alternativa a una visione  egocentrica, limitante e falsificante della realtà. Di conseguenza, l’immagine e il ruolo dell’artista  deve riguadagnare una responsabilità sia sociale sia spirituale. Per troppo tempo alienato dalla realtà, questi deve tornare a parlare al mondo senza aver timore di rivestire la funzione insieme di  giullare, poeta e re dei folli. Il suo compito principale deve essere rendere significativo ciò che  apparentemente sembra banale, mostrare elementi di spiritualità nell’ordinarietà. L’artista deve  cercare e trovare l’equilibrio tra irrazionale e razionale. Per poterlo fare deve essere in grado di  andare al di là di ogni sorta di limite e di attraversare con disinvoltura scienza, filosofia e teologia.


L’immagine, nel senso anzidetto, è la sua sorgente creativa. Essa scaturisce dall’incontro con lo  spazio fisico, e diventa opera d’arte nel momento in cui riesce ad esprimerla artisticamente con i  suoi canoni est-etici proprio in quello spazio fisico da cui si origina il retentissement.  La creatività di Lee nasce dal fascio interiore immaginativo puro e autentico derivante dall’incontro  con il locus, una sorta di luce che rende visibile l’identità più intima di quel locus, magma  primigenio di una narrazione artistica votata alla conservazione della verginità dello spazio, la cui  integrità, intollerante a ogni manipolazione distruttiva umana, è la condizione necessaria dell’unica  possibile abitazione del pianeta da parte dell’essere umano nel susseguirsi delle sue generazioni. La risonanza e il retentissement di Assisi abitano l’arte di Lee, la rendono edificativa per il fruitore  contemporaneo.

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Marco Eugenio Di Giandomenico
(Critico d’Arte Contemporanea, Docente di Critica d’Arte presso CP dell’Università degli Studi di Milano)